Vico Acitillo 124
Poetry Wave

Recensioni e note critiche

Franco Capasso: poesie del fuoco
di Antonio Spagnuolo



Franco Capasso, Poesie del fuoco, ed. Marcus, 2000
pagg.88 - L.15.000

Nel mentre un tal editore partenopeo si arrovella cercando di storicizzare
la poesia contemporanea, coadiuvato da un poeta e critico napoletano, segnalando
e rive del Garigliano quale linea di demarcazione fra la poesia “vera” (in questo caso del Nord Italia)
e la poesia “non attendibile”  (quella al Sud del fiume), altri volumi di poesia che si rispetti vengono fortunatamente offerti al pubblico e agli addetti ai lavori in maniera più che tangibile
ed apprezzabile.
Fra gli ultimi giunti sul nostro tavolo il lavoro di cesello che Franco Capasso
ha affidato alle edizioni Marcus di Napoli.
La prefazione di Marcello Carlino riesce a stimolare quella equilibrata attenzione
che una simile operazione di scrittura richiede.
“Questa poesia tratta del fuoco – egli scrive – e non solo perché il fuoco vi è tema che torna,
ora esplicito e diretto, ora franto e disseminato. Il fuoco è anche metafora, e motore e quintessenza, dell’autobiografia che di questa  poesia è l’origine prima ed è, forse, il fine ultimo:
e dunque un esistere letto, e proposto, in chiave di tensione che sale, di febbre che brucia,
di quiete che è porto sempre lontano, di illuminazione e di calore che freneticamente
si cerca in una viandanza senza termine: un esistere offeso e deriso, malato e intrappolato
“in un carcere cieco” che bussa ed affiora alla coscienza, e si riconosce e si invera, sperando salvezza, nella poesia.”
Anche se di eventi autobiografici le pagine dicono le occasioni, Franco Capasso stringe intorno
al ritmo tutta la sua energia di vero scrittore, per far si che ogni suo verso, anche se centellinato
in un assolo, abbia la tensione e la fragranza descrittiva di ampi respiri. Una forza che potesse
rischiare l’aggancio alla valenza delle interrogazioni, alla perplessità della salvezza,
fuori della necessità di sopravvivere, lasciando che tutto si svolga nel vacillare di ogni certezza.

“In quell’orgia disumana
la feccia grama colava dagli interstizi
 dalle fratture
della terra rovinata
 Piansero le prefiche
  Piansero le donne in riva al mare
Nel silenzio della brughiera
Nell’ignominia delle genti
malsane movevano la ruota del tempo
in catene di torture
 In quell’agguato vinse la polvere
dei gechi osannanti
dei gufi parlanti e civette
Armatori di merde
 calavano per i buchi della notte
su mercantili di paura
si struggevano in alambicchi di cenere.”  (pag.22)

Improvvisamente si affollano i sentimenti più vari che  nella definizione di una stravagante
passione culturale  diventano motivi in luce analoga a quelle passioni che ci tengono svegli
di notte, la materia viva di cui è fatta la vita e per la quale vale la pena sopravvivere:
l’odio e la paura, la vergogna e l’orgoglio, la gioia e la rabbia, l’amore e il disprezzo,
la speranza e il disincanto.
Una delle caratteristiche principali di F.C. è quella di saper comunicare, con un tremore
razionale suo proprio, quelle testimonianze di vita vissuta con ritmi sempre equilibratamente
incalzanti, per i quali la storia rimane una sorta di fantasma lontano,
che ripropone violentemente la sua presenza attraverso la scrittura.

“Non so ancora se sono riuscito
a sconfiggere il destino
io il mio destino non lo conosco
però lo conosco parte di me
come un piccolo cane bastonato e impaurito” (pag.64)
“E’ tutto bruciato
  e bisogna ricominciare
Tutte le sofferenze  patite
  non sono bastate
Ci voleva anche il fuoco!
  Metà del mio spirito è bruciato
  l’altra metà aspetta di risorgere” (pag.65)

Il frantumarsi del mito sembra sparpagliarsi intorno alle  catastrofi, per cui il racconto
dirà se stesso attraverso le metafore, sulle tracce ineluttabili del vero, irrecuperabile,
enigmatico e antico come il mondo, e che esige la rivelazione del terribile, per affrontare
e soffermarsi a quelle  occasioni di percezione improvvisa, di accelerazione,
di attenzione e disincanto necessarie al sopravvivere.
L’urgente svolgimento e superamento sembra estinguersi nella ineluttabilità del fato,
così come nelle antiche elegie del mondo classico, ma qui la scrittura inquieta e magmatica
propone una poesia intarsiata, ricca di quella espressione che sconvolge, senza paradossi,
ed all’unisono accompagna con grazia nella sorpresa del dettato.


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Immagine: Antonio Belém, Phorbéa, Napoli 1997


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