VICO ACITILLO 124 - POETRY WAVE
Electronic Center of Arts

Direttore: Emilio Piccolo


Sans passion il n'y a pas d'art


Calamus
Almanacco di poesia


Edoardo Sant'Elia

   
1. Le Attese
2. Gli sguardi
3. I Passi
4. Le Nubi
5. Le Case
6. I Sogni
7. Il guitto
8. Distogli lo sguardo
9. Pianeta anima




1. Le Attese

Le Attese sono ambigue e sono storte
Le Attese si raddrizzano alle porte
Le Attese sono urgenti e sono stanche
Le Attese quando piove sono bianche
Le Attese sono matte e sono vuote
Le Attese vanno in giro senza ruote
Le Attese sono curve e sono in piedi
Le Attese sono fiabe a cui non credi

2. Gli sguardi

Gli Sguardi sono rossi e sono cupi
Gli Sguardi da lontano sono muti
Gli Sguardi sono freschi e sono antichi
Gli Sguardi sono angeli pudichi
Gli Sguardi sono lunghi e sono lenti
Gli Sguardi sono strani movimenti
Gli Sguardi sono elmo e sono lancia
Gli Sguardi non si lasciano di mancia

3. I Passi

I Passi sono lievi e sono duri
I Passi sono strisce lungo i muri
I Passi sono ghiaccio e sono fuoco
I Passi non li conti mai per gioco
I Passi sono lunghi e sono neri
I Passi vanno dietro ai tuoi pensieri
I Passi sono cerchio e sono retta
I Passi non seducono chi ha fretta

4. Le Nubi

Le Nubi sono cane e sono drago
Le Nubi sono appese con lo spago
Le Nubi sono azzurre e sono fumo
Le Nubi non nascondono nessuno
Le Nubi sono quadro e sono artista
Le Nubi sono trucchi da rivista
Le Nubi sono pioggia e sono pace
Le Nubi sono il cielo che non tace

5. Le Case

Le Case sono massa e sono schegge
Le Case sono corpi fuorilegge
Le Case sono esca e sono scrigno
Le Case si richiudono in un ghigno
Le Case sono guglia e sono feccia
Le Case nella notte sono freccia
Le Case sono grigio e sono storia
Le Case sono ostaggi alla memoria


6. I Sogni

I Sogni sono libro e sono sabbia
I Sogni se li perdi sono gabbia
I Sogni sono verdi e sono stelle
I Sogni sono vette ormai gemelle
I Sogni sono piombo e sono piuma
I Sogni vanno in cerca di fortuna
I Sogni sono merce e sono vita
I Sogni non la fanno mai finita


7. Il guitto

Sulle assi scalcinate
del palcoscenico - che un panno
verde ricopre ma non fino
agli orli - il guitto
si esibisce, corpo di
gomma, ossa sporgenti, maschera
cupa che fa sbellicare.
I compagni infieriscono
su di lui: e chi gli tira
i capelli di stoppa, chi gli pianta
il ginocchio nei fianchi,
chi gli morde la lingua
di carta, chi lo tradisce
con biechi sorrisi, chi lo espone
al disprezzo della sala.
li guitto s'arrabbia se può,
ricambia se deve, tutto sopporta
con animo saldo. Nessuno
immagina quale sia
la sua vera paura, ciò che teme
più d'ogni cosa: che dalla buca
del suggeritore spuntino
due braccia. le zampe grifagne
d'Arlecchino, e lo afferrino
alle caviglie tirandolo giù,
giù, sempre più giù, dentro
la buca, sotto il palcoscenico,
nel vano buio, a recitare per loro
un'altra parte, per loro,
i compagni di scena, che ora,
deposta la maschera, non
infieriscono più, e lo circondano,
e lo additano - in silenzio - ai sordi
clamori di un pubblico assente.


8. Distogli lo sguardo

La tenda
è un sipario
o forse un sudario
che aleggia tracotante -
perduto, distante -
fantasma di tela.
Corteggia le ciocche
del Galante,
fissato nel profilo
che raggela.
Il libro chiuso
e la chitarra bianca,
svogliati, fanno scena;
giace in disparte,
camuffata ad arte,
una pistola.
La Dama
dalla scheletro dipinto
ha forse un cuore finto
ma l'occhio che consola;
in fondo, non sembra
così sola.
Distogli lo sguardo:
sei giunto in ritardo.

9. Pianeta anima

Si vede tutto
dallo scafandro.
Emergono dal basso
gli asteroidi blu:
sono bolle rocciose
di sabbia ed aria,
spugne che assorbono
il tempo, con soffice
cadenzato respiro.
Grappoli di lampadine
accese e spente
sorgono nell'alba,
invecchiano i fiori
nel giro di uno sguardo,
emette strane vibrazioni
il campo magnetico,
suoni disarmonici
prodotti dal moto
dell'onda e della ruggine.
La zavorra, nella discesa,
ha il peso di una foglia,
ma una foglia
che mille giganti
a stento riuscirebbero
a sollevare.
Nitrisce con passione
il cavallo cattivo:
non ha redini
né sella, non trascina
una biga, non ha nostalgia
delle ali. Si perde,
ma l'eco del suo nitrito
rimbomba per un attimo
nello scafandro.
Le scarpe di cuoio
con suola di piombo
affondano senza resistenza
nel territorio mai esplorato,
lasciando invisibili tracce.
Se questa è una caverna,
dove sono le ombre?
Statue e simulacri
denunciano apertamente
la loro natura
di coccio e cartapesta,
non c'è inganno
nei fuochi freddi
che ardono sottovetro,
lo spazio che si restringe
è un trucco necessario.
Oltre il tunnel,
la salvezza sospesa:
un precipizio di sensazioni
già vissute, la musica
delle conchiglie,
che si schiudono
con metallico clangore.
Il Demiurgo, nello scafandro,
ha le orecchie piene di cera
ma l'occhio vigile,
la mente in esercizio;
romantici oblò
dipinti su bianche pareti
non lo tentano,
la maschera d'oro
dalle orbite cave
che schizza dal fondo,
lucente, rapace,
non lo turba.
E quando si dirada
il volo delle farfalle
attorno al casco
dello scafandro,
ecco finalmente
la visione del grande scheletro,
adagiato sulla schiena:
un sogno fatto di ossa,
le vertebre curve
che quasi si congiungono,
tribale arco di proscenio,
l'anca scoscesa
come nave in battigia,
il naso promontorio
dalle fonde radici.
Ed accanto alla gobba
levigata del ginocchio,
nel cratere che sprigiona
pallido fumo,
la targa di bronzo,
scrostata, corrosa:
Pianeta Anima.
Ma il Demiurgo, nello scafandro,
non può scorgerla:
privo di zavorra,
stretto al tubo ombelicale,
ha già iniziato
la sua risalita.
Sono lievi, ora, le scarpe
di cuoio, è sottile
la suola di piombo.


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